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Mezzora prima

Credeva di averne di più.
A dir la verità non lo aveva mai considerato: il suo tempo nel tempo che viveva giorno dopo giorno.
Pur avendolo riempito di un’infinità di cose inutili e lunghe, anche sacrificandolo ad una quantità di altri tempi diversi per fogge e prospettive, pensava di averne davanti ancora una misura praticamente infinita.

Aprendo la porta dell’ascensore e premendo il tasto del piano quest’idea sottile cominciò a crescere dentro di lui: il tempo, il suo tempo a scadenza.
Giunto al piano chiuse la porta del mezzo ad altre considerazioni scomode, aprì quelle dell’ufficio ed entrò.

La decisione di prendere subito il caffè lo sorprese: era un gesto che stravolgeva le sue abitudini, non era nei programmi, non era nemmeno nella sua testa. Da dove veniva allora? La sua vita da moltissimo tempo aveva assunto a buon prezzo quel meccanismo autoregolante che serviva a non mettere niente in discussione: un’omeostasi esistenziale perfetta. E inutile.

– Faccia un caffè signorina, per favore.

– Caffè dottore?

– Caffè Irene, un caffè. E me lo porti qui, per mezzora non ci sono per nessuno.

Il tempo riaffiorava lentamente ma con progressione costante; anche lì in quella stanza dove non aveva mai avuto cittadinanza, si ripresentava senza appuntamento. Era sgarbato. Trovare qualcosa per riempire il vuoto che riapriva scenari così lontani da non considerarli più personali, ecco cosa doveva fare assolutamente. Il vuoto si allargava e lui lo guardava immobile.

Scrivere! Scrivere era la terapia giusta: lo aveva pensato quasi per sbaglio, non ci credeva fino in fondo. Scriveva da sempre senza pensarci, come un gesto fisiologico, solo un aspetto dell’equilibrio più vasto che governava la sua vita. Un breve cigolio alla porta indicò il caffè e il sorriso impacciato di Irene appresso a quello.

– Ecco dottore

– Lo lasci lì

Pensò poi di non aver ringraziato come faceva abitualmente, evidentemente nulla quel giorno era usuale, nulla prevedibile. Accese il computer e guardò lo schermo luminescente per un attimo lunghissimo.
Scrivere, provare a scuotere la patina di sottile e persistente condiscenza all’impossibilità di comunicare al mondo che nonostante tutto egli esisteva. Un argomento!
Gli serviva un argomento, qualcosa che suonasse con quel timbro inconfondibile che solo la vita vera possiede. Mandare in pensione l’anima dei giorni non era stata una buona idea, lo capiva adesso in quella stanza che non possedeva alcun appiglio per credere a una sequenza non meccanica dei gesti e delle parole.

Il viso della ragazza gli entrò in mente improvvisamente, chissà da quanto tempo era seduto in un angolo silenzioso, i sorrisi non crescono mai senza una fede, senza un altro sorriso più intimo. Questo adesso gli galleggiava davanti e tutto il resto uscì sulla tastiera quasi in un fiato.

Imparai da bambino a centellinare

la magia che una ragazza

sparge attorno a sé.

Scivolare tra le pieghe di un suo

sguardo,

assaporare poi, nel ricordo

di un’ora dopo, l

a trasparenza di una mano,

il particolare timbro di un silenzio,

gli altri mondi

soltanto accennati in un volgere del capo.

Ti osservo ancora a quel modo

e tu giochi a far finta di non saperlo.

Imparai da ragazzo a rincorrere

la diaspora di pensieri

che una donna porta con sé.

Ed è così che non ho mai scordato

il primo stupore di te.

Un po’ di quella magia ancora s’insinua

tra noi

come una carezza di seta

al termine di questo giorno.

Aveva finito. Togliere la sordina ai propri pensieri lasciava nella testa una tabula rasa inaspettata e felice: bisognava soltanto lasciarla correre questa nuova sensazione, avrebbe raggiunto la ragazza e il suo cuore, i sogni di una vita diversa e di un tempo diverso. Era così facile, come non averci pensato prima? Facilissimo, leggero ed esaltante. Lo avrebbe rifatto!
Tutte le volte che voleva lo avrebbe potuto rifare.

– Signorina sto uscendo. Telefoni a tutti e sposti gli appuntamenti al pomeriggio.

– Dottore ma…

Non si accorse dell’ascensore, dei tasti, dei piani, della gente. Non aveva tempo, non poteva perdere tempo.
La macchina lo investì dieci metri dopo il portone mentre attraversava senza guardare per raggiungere il posteggio: un secondo prima di morire pensò che il tempo si era ripreso tutto, poi fu solo buio.
Coloro che accorsero videro un cadavere sorridente di traverso sull’asfalto.

– Ma non è il dottore che lavora qui? Avete chiamato un’ambulanza?

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Categorie:racconti in minore
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