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Archive for maggio 2017

Muoio ogni volta

31 maggio 2017 Lascia un commento

Quello che c’è prima, tutto il territorio che precede il momento clou.
E’ ciò che amo, la vera spinta ad una penetrazione che, a quel punto, diventa quasi ineluttabile.

Il collo nudo di una donna girato di fianco, la zona di confine tra la pelle delle sue cosce e le autoreggenti (odio i collant), mi eccita il probabile e lo avverto da lontano. Molto di più e al di là di quanto dicano i miei genitali o queste stupide parole. Il tallone di un piede uscito per metà da una scarpa o la cupola dei seni messi a respirare da una scollatura; questo è solo l’inizio e vorrei durasse all’infinito. Se guardo una vagina mezzo nascosta da un paio di mutandine la disegno con la mente: mi piace vederla semisocchiusa e in attesa di richiudersi sulla mia verga.

Muoio ogni volta mentre faccio sesso questa è la verità.

Consumo il mio vigore e disperdo con lo sperma la mia energia profonda e adesso comincio a sentire la fine sempre più vicina. Muoio sì, muoio, chi lo ha detto che il sesso è vita. Io muoio perché cerco l’altro sesso, l’altro pianeta quello di cui mi sento cittadino ma senza più il passaporto per tornarci.
Parlo per questo, scrivo per l’identico motivo.
Ti sfioro le tette come se scalassi un monte ma mi hai dato solo la vagina e adesso ridi. Perché quella parte apparentemente non ti si guasta mai mentre il mio bastone scivola veloce sulle sabbie mobili di una ricerca impossibile. Ti avverto… verrò da te ancora per dimostrarti che le grandi labbra non sono tutte uguali e ognuna parla una lingua diversa: proverai a nasconderti dietro qualche parola usata per stimolare la mia erezione, così la componente del cazzo della mia anima ti seguirà come un cagnolino. Poi la soffocherai tenendola lungamente in bocca ma aspetterai invano la mia gelatina vischiosa: dobbiamo fare un patto non scritto noi due: io ti do la mia metà di vita e tu mi apri la porta del tuo intelletto che io possa scoparlo e morirci finalmente dentro.

Categorie:Eroticus

Pianeti

29 maggio 2017 Lascia un commento

Questo è il tempo giusto, non credo ne verranno altri. Spiegare a voi che leggete e di tanto in tanto passate di qua ma soprattutto ricordare a me stesso il tessuto da cui è composta la mia avventura sui blog.

Tra i moltissimi post che sono pubblicati qui dentro c’è n’è uno che rispolvera luoghi ormai dimenticati. Altri tempi, altre stagioni: era possibile comunicare tra le due più importanti piattaforme del web! Oggi sono “mercati ” chiusi…proprio un gran bel progresso!

Il web è strapieno di blog abbandonati da anni ma ancora visibili e da moltissimi altri cancellati: sulla piattaforma blogger esiste la possibilità di riutilizzare uno spazio abbandonato e farlo proprio, un po’ come nella legge del mare secondo la quale un relitto è di proprietà di chi lo abborda e lo occupa. E’ una cosa di una tristezza enorme, quando ne ebbi coscienza provai a farlo (non volevo crederci) ed effettivamente era possibile. Scrissi un paio di post sul blog abbandonato di una blogger dicendo chiaramente che si trattava di un esperimento e che l’identità del padrone di casa non era più quella. Apriti cielo! Da una certa S di quotidiano imperfetto mi arrivò un torrente impetuoso di insulti e minacce: un diluvio di lezioni sulla moralità dello stare in rete. Inutile rispondere che non aveva letto bene, che avevo chiaramente scritto che trattavasi di un esperimento volto a provare se veramente fosse possibile una cosa simile, inutile dire che la cosa, una volta provata, finiva lì. Inutile.

Per fortuna mi pare che l’uso improprio di un blog sia molto raro ma trovare uno spazio abbandonato da secoli mi riempie di tristezza, il senso della mia frase ” il virtuale non ci sopravviverà il cartaceo forse sì” nasce da questa esperienza: in qualsiasi momento il gestore di una piattaforma può chiuderci! E se non avviene ciò siamo noi stessi a mummificare un blog abbandonandolo al suo destino: pianeti solitari che seguono traiettorie libere nell’universo informatico.Inutilità? Destino? Fisiologia dell’esistenza? Testimonianza di una vita? Oppure solo il silenzio insondabile che tutti ci avvolgerà prima o poi?
Giro per il web da dieci anni e ho incrociato centinaia di blogger, centinaia di voci e di teste: non tutte di grande spessore ma il mio giudizio è ovviamente personale. Ciò che conta è che leggermi deve essere lo spunto per leggere gli ALTRI, poichè tra i link che trovate su alcuni blog c’è la via per raggiungere luoghi notevoli e profondi, Belli e, oso dire, degni di una vera lettura. E’ questo il senso vero di aver scritto su un blog: liberarsi e comunicare, essere il tramite di un contatto intellettualmente e culturalmente più profondo.

Questo Blog non è poi diverso: finito e pubblicato varie volte, riveduto e corretto, praticamente non più commentabile per una serie di motivi che ho spiegato varie volte, essa è un’astronave che porta con sè nel tempo le tracce della mia vita mentale, affettiva e culturale. Da essa negli anni sono nate varie propaggini, esperimenti anch’essi del modo di scrittura in rete, prove di approccio al mondo esterno degli altri blogger.
In alcuni casi certi cloni sono nati per l’impossibilità di comunicare tra una piattaforma e l’altra, in altre circostanze invece ho usato blog diversi per puro istinto ludico, per provare strade grafiche e strutturali diverse.

Poi nel 2010 è arrivata l’apocalisse.

Cambiare blog, ripropormi in altra veste fu solo lo sciocco tentativo di sfuggire a certi circoli chiusi e a certi blogger che usano la rete per un solo scopo, distruggere il lavoro di altri! Il tentativo, naturalmente non aveva alcuna possibilità di riuscita, troppo riconoscibile la mia scrittura, troppi anni e troppi contatti…la curiosità e la voglia di confronto l’ho pagata cara, il web sa esattamente chi è EnzoRasi anche se usa un nick diverso, così i vecchi demoni mi ritrovano facilmente.

La moderazione dei commenti o addirittura la loro completa eliminazione nasce da questo.

Mezzora prima

27 maggio 2017 Lascia un commento

Credeva di averne di più.
A dir la verità non lo aveva mai considerato: il suo tempo nel tempo che viveva giorno dopo giorno.
Pur avendolo riempito di un’infinità di cose inutili e lunghe, anche sacrificandolo ad una quantità di altri tempi diversi per fogge e prospettive, pensava di averne davanti ancora una misura praticamente infinita.

Aprendo la porta dell’ascensore e premendo il tasto del piano quest’idea sottile cominciò a crescere dentro di lui: il tempo, il suo tempo a scadenza.
Giunto al piano chiuse la porta del mezzo ad altre considerazioni scomode, aprì quelle dell’ufficio ed entrò.

La decisione di prendere subito il caffè lo sorprese: era un gesto che stravolgeva le sue abitudini, non era nei programmi, non era nemmeno nella sua testa. Da dove veniva allora? La sua vita da moltissimo tempo aveva assunto a buon prezzo quel meccanismo autoregolante che serviva a non mettere niente in discussione: un’omeostasi esistenziale perfetta. E inutile.

– Faccia un caffè signorina, per favore.

– Caffè dottore?

– Caffè Irene, un caffè. E me lo porti qui, per mezzora non ci sono per nessuno.

Il tempo riaffiorava lentamente ma con progressione costante; anche lì in quella stanza dove non aveva mai avuto cittadinanza, si ripresentava senza appuntamento. Era sgarbato. Trovare qualcosa per riempire il vuoto che riapriva scenari così lontani da non considerarli più personali, ecco cosa doveva fare assolutamente. Il vuoto si allargava e lui lo guardava immobile.

Scrivere! Scrivere era la terapia giusta: lo aveva pensato quasi per sbaglio, non ci credeva fino in fondo. Scriveva da sempre senza pensarci, come un gesto fisiologico, solo un aspetto dell’equilibrio più vasto che governava la sua vita. Un breve cigolio alla porta indicò il caffè e il sorriso impacciato di Irene appresso a quello.

– Ecco dottore

– Lo lasci lì

Pensò poi di non aver ringraziato come faceva abitualmente, evidentemente nulla quel giorno era usuale, nulla prevedibile. Accese il computer e guardò lo schermo luminescente per un attimo lunghissimo.
Scrivere, provare a scuotere la patina di sottile e persistente condiscenza all’impossibilità di comunicare al mondo che nonostante tutto egli esisteva. Un argomento!
Gli serviva un argomento, qualcosa che suonasse con quel timbro inconfondibile che solo la vita vera possiede. Mandare in pensione l’anima dei giorni non era stata una buona idea, lo capiva adesso in quella stanza che non possedeva alcun appiglio per credere a una sequenza non meccanica dei gesti e delle parole.

Il viso della ragazza gli entrò in mente improvvisamente, chissà da quanto tempo era seduto in un angolo silenzioso, i sorrisi non crescono mai senza una fede, senza un altro sorriso più intimo. Questo adesso gli galleggiava davanti e tutto il resto uscì sulla tastiera quasi in un fiato.

Imparai da bambino a centellinare

la magia che una ragazza

sparge attorno a sé.

Scivolare tra le pieghe di un suo

sguardo,

assaporare poi, nel ricordo

di un’ora dopo, l

a trasparenza di una mano,

il particolare timbro di un silenzio,

gli altri mondi

soltanto accennati in un volgere del capo.

Ti osservo ancora a quel modo

e tu giochi a far finta di non saperlo.

Imparai da ragazzo a rincorrere

la diaspora di pensieri

che una donna porta con sé.

Ed è così che non ho mai scordato

il primo stupore di te.

Un po’ di quella magia ancora s’insinua

tra noi

come una carezza di seta

al termine di questo giorno.

Aveva finito. Togliere la sordina ai propri pensieri lasciava nella testa una tabula rasa inaspettata e felice: bisognava soltanto lasciarla correre questa nuova sensazione, avrebbe raggiunto la ragazza e il suo cuore, i sogni di una vita diversa e di un tempo diverso. Era così facile, come non averci pensato prima? Facilissimo, leggero ed esaltante. Lo avrebbe rifatto!
Tutte le volte che voleva lo avrebbe potuto rifare.

– Signorina sto uscendo. Telefoni a tutti e sposti gli appuntamenti al pomeriggio.

– Dottore ma…

Non si accorse dell’ascensore, dei tasti, dei piani, della gente. Non aveva tempo, non poteva perdere tempo.
La macchina lo investì dieci metri dopo il portone mentre attraversava senza guardare per raggiungere il posteggio: un secondo prima di morire pensò che il tempo si era ripreso tutto, poi fu solo buio.
Coloro che accorsero videro un cadavere sorridente di traverso sull’asfalto.

– Ma non è il dottore che lavora qui? Avete chiamato un’ambulanza?

Categorie:racconti in minore

Il punto

24 maggio 2017 Lascia un commento

Troppe domande, nessuna domanda. Dovrei fermarmi ma temo la gabbia del tempo e dell’inutilità: continuare nonostante tutto recita al nulla la litania del tutto pieno. Serve più di quanto non si creda!
I Blog sono un vezzo e una necessità culturale, sfruttano le possibilità dell’odierna tecnologia ma non sono poi migliori di un buon carteggio o della pagina scritta di carta. Sono soltanto più immediati.
A furia di essere immediati sono anche diventati più stronzi e volgari, una pletora di oscenità letterarie e mentali, lo specchio fedele di questa società da basso impero o la logica conseguenza di certe premesse sociali e culturali presenti già 60 anni fa. Bugie, volute o trovate lungo la strada, strumentalizzazioni a gogò, il tutto condito da una sana superficialità che è rimasta l’unica ancora di salvezza in un paese che altrimenti sarebbe da mettere in liquidazione da subito. Il fatto che io senta con chiarezza che ciò che scrivo si perda per strada appena lo batto sulla tastiera non è un vezzo da piacione del cavolo: io sento che è così.
Arriva poco dell’universo che mi gira dentro e, in genere, solo la parte più scomoda e conflittuale. Per dirla in altro modo, arriva solo la mia componente snob, critica, quella che mi fa apparire un arrogante ante litteram arrivato non si sa come in un ambiente di gente tranquilla e “normale”. Se fosse diversamente la blogosfera, me compreso, sarebbe un eden salvifico in cui ognuno potrebbe liberarsi e migliorare.

Non si può fare blog diversamente da come è nato: ci vogliono i contatti, servono interlocutori, cultura in senso lato, positività, curiosità e una buona dose di autocritica. Un blog è questo, diversamente è qualche altra cosa non facile da definire. Prendo nota della situazione e mi do da fare: avevo provato ad allargare i confini, che volete farci la mia cultura giovanile del tutti dentro e tutti possibili fratelli mi ha segnato profondamente. MA NON FUNZIONA!

Così il mio blog diventa più ingestibile del suo autore: io non ho ancora trovato il linguaggio che funga da esperanto universale quindi ritorno all’italiano del novecento. Le puntate nella lingua siciliana spero che me le perdoniate come un vezzo che mi scalda il cuore…tra l’altro non me la sentite pronunciare e, senza l’audio una poesia di Buttitta per esempio perde la metà del suo fascino (meno male che il fascino è molto grande).
Se dovessi prendere come premessa indispensabile la comunicabilità, la piacevolezza, l’educazione, la cultura simile, l’elasticità mentale e il sottile erotismo di certe situazioni, questo blog ne uscirebbe stravolto; quindi me ne frego e continuo così, un colpo al cerchio e uno alla botte. Voglio anche dirvi che dobbiamo essere comunque soddisfatti della “nostra blogosfera” italiana: da qualche tempo frequento altre spiagge del web. Per forza di cose sto sfogliando la blogosfera pubblicata in quelle lingue… quasi sempre penosa! I blog in lingua anglosassone sono zeppi di presunti scrittori che si autocomplimentano a vicenda e pubblicano incredibili storie fantasy o fantascientifiche, piene di guerrieri dalle armature lucenti, marziani verdi, o amanti davanti al mare pronti a recitare l’inutile refrain di una fiction. La forza e la bellezza vera di alcuni blog presenti dalle nostre parti costoro se la sognano.
Esiste anche un problema di tempo ed uno, più subdolo, di stanchezza psicologica: tenere troppe porte aperte fa corrente e rischio una polmonite. Nel frattempo i commenti di insulti continuano ad arrivare come un indispensabile corollario del mio essere blogger da quando sono entrato in rete. Se e quanto sono degno di stare qua non devo dirlo io: mi diverto ancora e la mia capacità di arrabbiarmi è immutata, per un blogger mi sembrano doti indispensabili. Vengo preso sempre più spesso da un senso di lontananza e malinconia di cui qui trapela solo una parte, i post migliori li sto pubblicando nascosti tra le pieghe di alcune risposte altri ancora sono chiusi nell’archivio di una vita che ho conservato per spenderla nella mia incipiente vecchiaia.

Categorie:Senza categoria

Pseudo chat, pseudo blog

22 maggio 2017 Lascia un commento

Che cosa è una chat? Un sistema rapido e immediato per comunicare. Cosa?
In genere le proprie intenzioni sessuali, le proprie apprensioni esistenziali spicciole. La propria esistenza minimale-

I blog non sono chat ma lo diventano spesso ( sempre più spesso) grazie ad una loro caratteristica volta al contrario: i commenti. Essi dovrebbero servire ad ampliare la comunicazione a sciogliere dubbi o a crearne, a migliorare comunque la qualità dei contatti. SBAGLIATO! La gran parte dei commenti, dove non siano semplici gratificazioni tra simili, sono il miglior sistema per disintegrare un blog riempiendolo di comunicazioni private lasciate in pubblico esclusivamente per offendere, ferire e creare disordine.

A margine

20 maggio 2017 Commenti disabilitati

Sto qui sul confine tra lettura e comprensione
privata.
Non è detto che la visione dal margine sia
meno profonda.
Da dove viene la musica sottile che hai lasciato
sull’uscio della tua scrittura?
L’immagine , la stanza
la tenda,
la vita
non sono lì per caso.
Non traduci
non traduco
i margini son fatti per
sfiorarsi,
gli alfabeti sono andati altrove
qui solo emozioni.

Categorie:rimario

La scuola di Atene

17 maggio 2017 Lascia un commento

“Ma vorrà poi Gorgia discutere con noi? Perché io vorrei sapere da lui quale è la virtù propria di quest’arte che egli professa e insegna e in che cosa precisamente consista”.

Tra usare questo tipo di spazi ed abusarne il tratto è breve, stuprarli può essere alla fine la logica conseguenza. La parola di tutti noi è la nostra padrona: esiste un luogo in cui la parola influenza e modella le nostre sfere affettive e relazionali ed è questo. Io non voglio convincere nessuno poiché sono certo di aver ragione. Voi piuttosto vi siete persuasi del contrario, vi ha ingannato la distrazione e qualche virgola saltata nella sintassi che comunente usiamo.

Non ha importanza per chi mi ascolta che io affermi la verità è più utile e in fondo soddisfacente che io lo convinca di esserne il latore, questo è l’antico assioma da sempre presente nelle pieghe della comunicazione. Sui blog o su un giornale, in un salotto o in aula parlamentare esercitiamo retorica ma senza sofismi e quindi senza cultura e questo è il motivo profondo delle nostre cadute dei nostri anonimati vergognosi e del nostro smarrimento diffuso. Abbiamo dimenticato l’arte di ascoltare, l’acuzie del particolare, quello che ci è restata è la paura di pensare. Abbiamo molte buone scuse: la mancanza di armonia e la disabitudine all’immortalità dello spirito, così che oggi ascoltare e valutare meglio l’enorme mole di informazioni che ci circonda pare un esercizio impossibile.

Il contatto con la crudeltà di tre affermazioni come queste potrebbe schiantarci o farci morire di noia. Non potremmo più battere una riga dopo aver creduto che 1) l’essere non è; 2) se anche fosse, non sarebbe conoscibile; 3) se anche fosse conoscibile, tale conoscenza non sarebbe comunicabile.

In pratica la negazione di un blog comunemente inteso perchè non è possibile comunicare tramite il linguaggio ciò che è. Il linguaggio non ha nulla a che fare con la verità, non è possibile dire ad altri come realmente stiano le cose. Bisogna aprire uno spiraglio, una chiave segreta che non abbiamo mai calcolato: il sofisma per giocare con le regole dell’assurdo.

Non ce ne accorgeremmo subito ma dopo un po’ di tempo cammineremmo sulle stesse strade degli eleatici o diventeremmo precursori inconsapevoli del nihlismo, è un gioco affascinante, abbiamo mutato nome e tempo e siamo diventati Gorgia da Lentini. Tutte le nostre proposizioni possono essere ribaltate attraverso l’arma della parola, abbiamo tra le mani una forza irresistibile alla pari del destino dei tragici o delle divinità: la parola può tutto.

Resta incomprensibile come invece per noi blogger sia diverso… pensiamo cose che non esistono e ne scriviamo: ciò significa che il pensato non è in relazione con l’essere e, per converso, che l’essere non è in relazione col pensato. Ma dubito che molti di noi abbiano mai riflettuto su questo. A noi basta credere ciecamente ai nostri sensi credendo che essi possano interferire l’un l’altro e che nulla possa smentirli; quando confrontiamo tale mediocrità col pensiero entriamo in corto circuito perché riusciamo a pensare a cose che in realtà non esistono.

Resta soltanto la cruda verità dell’impossibilità di comunicare. Bene chiudiamo i blog, non è un’idea malvagia visto il nulla che ci circonda. Io per primo l’ho già fatto alcune volte ma rifiutando una filosofia così negativa e pessimistica ho aperto le porte di queste stanze. Preferisco pensare di essere onnipotente, che la mia essenza, in assenza dell’essere scontato e visibile, sia illimitata.

E volo via leggerissimo e immanente, argomento ciò che più mi piace e ne ottengo risultati in base alle mie capacità retoriche: l’essere cui attenersi non c’è, sono libero anche da sensi di colpa e d’inganno. Nessuna verità assoluta e davanti a me l’immenso spazio del relativo. Qui sono a casa mia, nella mia isola: in Sicilia il sembrare vero conta più dell’essere vero e c’è gente che su questo ha vinto un nobel per la letteratura cambiando il teatro del novecento. Io faccio molto meno, guardo il mare. Dall’altra parte ci sarà pur qualcuno che fa la stessa cosa.

Categorie:Assoluti relativi